Il patchwork di Sicilia di Dolce&Gabbana: un’arte tessile che diventa metafora dell’isola e dei tempi post Covid



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Sfilata nel quartier generale, l’ex cinema Metropol, ma un terzo del pubblico rispetto a febbraio – Una collezione dove, per la prima volta nella storia del brand, non c’è neppure un abito o un accessorio nero – «Il colore come inno alla vita», dicono gli stilisti

di Giulia Crivelli

Sfilata nel quartier generale, l’ex cinema Metropol, ma un terzo del pubblico rispetto a febbraio – Una collezione dove, per la prima volta nella storia del brand, non c’è neppure un abito o un accessorio nero – «Il colore come inno alla vita», dicono gli stilisti

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Patchwork di Sicilia: si chiama cosi la collezione Dolce&Gabbana presentata ieri a Milano: 350 gli invitati (al posto dei consueti mille e più), 98 modelle, per la maggior parte italiane, pubblico distanziato e operazioni di backstage (trucco, parrucco e vestizione) organizzate su tre piani e sorvegliate da appositi “guardiani delle mascherine e del distanziamento”. Involontariamente – ma forse neanche tanto – Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno colto il significato profondo del patchwork (e del quilting, in America), quel lavoro di gruppo tra persone simili ma non uguali, che danno un piccolo (grande) contributo a un progetto tessile comune, che sia una coperta o un tappeto poco importa, e che mentre lo fanno dimenticano differenze e asperità e restano concentratissime perché le mani facciano esattamente quello che viene dallo spirito (anche creativo). Come già avevano fatto in luglio, con la collezione uomo che sfilò, all’aperto, nei giardini dell’istituto Humanitas, i due stilisti hanno deciso di non rinunciare a un evento fisico, pur se condizionato e modificato dai protocolli anti Covid. Esperimento coraggioso ripetuto all’inizio di settembre con gli eventi legati all’alta moda, sartoria e gioielleria ospitati a Firenze.

Dolce&Gabbana, la moda uomo scende in campo all’Humanitas (17 luglio 2020)

Dolce&Gabbana a Firenze con Monica Bellucci madrina del Rinascimento (3 settembre 2020)

Sicilia come ispirazione concreta e come metafora«Abbiamo chiamato la collezione “patchwork di Sicilia” perché da quando abbiamo iniziato, 37 anni fa, la Sicilia è al centro del nostro universo creativo, ma anche perché la Sicilia stessa è un patchwork di culture, tradizioni, colori, usanze, stili culinari e persino vini – spiegano Domenico Dolce e Stefano Gabbana –. Abbiamo riguardato una sfilata del 1993, dove avevamo usato un patchwork molto anni 70 e da quello siamo ripartiti. Il risultato è, crediamo, lo specchio di questi tempi incerti, che spingono a ridare valore a tutto, dagli affetti agli abiti». Un legame tra passato e presente, ma senza nostalgia: «Non abbiamo riproposto pezzi di quella collezione, semplicemente ci siamo accorti che nel nostro percorso tutto, alla fine, si collega, si spiega, in una specie di circolo virtuoso». Per la prima volta nella storia del brand, in collezione non c’è alcun abito o accessorio nero, solo colori, quasi sempre mischiati. «Ci sono solo 4 look in un unico colore, per tutti gli altri ci siamo divertiti come, crediamo, accade ai pittori: miscelando tonalità ricreando ogni volta qualcosa che somiglia all’energia della tavolozza, dell’arcobaleno».

La metafora del patchworkLa storia del patchwork (letteralmente, progetto/lavoro fatto con singoli pezzi) è affascinante: in molti Stati americani – e in particolare nelle comunità Amish – si trattò per molto tempo di un lavoro prettamente femminile: gli uomini coltivavano la terra, le donne creavano e commerciavano lavori tessili, coperte di tutte le misure da vendere anche come pannelli o complementi d’arredo (e nel salone d’entrata dell’ex cinema Metropol, dove si è tenuta la sfilata Dolce&Gabbana, erano appesi proprio pannelli che riproducevano i lavori a patchwork commissionati alle sarte che lavorano per il brand).