Santa Teresa di Riva – Il rumore del mare, a Santa Teresa, è solitamente il respiro dolce di una comunità che vive in simbiosi con lo Ionio. Ma la notte tra martedì e mercoledì, quel respiro si è trasformato nel ruggito di una bestia. Il Ciclone Harry ha colpito duro, lasciando dietro di sé detriti, fango e un silenzio irreale, rotto solo dal suono delle ruspe e dai sospiri di chi ha temuto il peggio.
Incontriamo il Professor Caminiti, decano della cittadina e memoria storica del luogo, nella sua abitazione sul lungomare. Vive in un piano rialzato, una posizione che solitamente regala una vista privilegiata sull’azzurro, ma che l’altra notte si è trasformata in una trincea.
«È stata una notte d’incubo», esordisce il Professore, con la voce ferma di chi ne ha viste tante, ma lo sguardo ancora segnato dalla stanchezza. «La paura cresceva di ora in ora. Vedevamo le onde alzarsi sempre di più, alimentate da una pressione esterna che non accennava a placarsi. Andare a dormire era impossibile; siamo rimasti in costante allarme».
Mentre descrive la forza della mareggiata, Caminiti attinge a un passato lontano per trovare un termine di paragone. «Le onde? Non so dirlo con precisione, ma erano alte almeno 5 o 6 metri. Onde spaventose». Poi, un dettaglio che dà la misura del disastro: «Le avevo viste così solo quando facevo il marinaio. Ero imbarcato su una petroliera e mi capitò di attraversare un uragano nei Caraibi. Mai avrei pensato di rivivere quella stessa forza devastante proprio qui, davanti alla mia porta di casa».
Oggi, il sole è tornato a riflettersi sull’acqua, ma il panorama è spettrale. Il lungomare, orgoglio della cittadina, è un cumulo di macerie. «Cosa mi resta? Il disastro che vedo adesso e una paura nuova per le nostre abitazioni, che ora sono inevitabilmente più a rischio», confessa amaramente il decano.
L’appello finale è alle istituzioni, affinché non lascino sola Santa Teresa nel momento della ricostruzione: «Spero che chi di competenza intervenga subito per alleviare questa situazione critica». Il Professore saluta con un filo di speranza, un “in bocca al lupo” che sa di resilienza. Perché Santa Teresa è ferita, ma le sue radici, proprio come quelle del Professor Caminiti, affondano in una roccia che il mare può scuotere, ma non abbattere.


