Un’inchiesta che scuote le fondamenta del Commissariato Mecenate e lascia attonita la comunità di Alì Terme, nel Messinese. L’arresto di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di 41 anni accusato di omicidio volontario, starebbe delineando un quadro indiziario definito dagli inquirenti «allarmante». Al centro della vicenda, la morte di Abderrahim Mansouri, il pusher 28enne colpito lo scorso 26 gennaio nel tristemente noto “boschetto della droga” di Rogoredo.
Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, coordinata dal pm Giovanni Tarzia, l’agente avrebbe esploso il colpo mortale mentre la vittima si trovava di spalle, intenta a fuggire e apparentemente disarmata. Una versione, quella della legittima difesa inizialmente invocata dal poliziotto, che risulterebbe radicalmente smentita dalle analisi balistiche, dalle testimonianze e dalle immagini delle telecamere di sorveglianza.
Le indagini avrebbero fatto emergere dettagli inquietanti su quanto accaduto subito dopo lo sparo. Cinturrino avrebbe tentato di inquinare la scena del delitto, posizionando una pistola giocattolo accanto al corpo di Mansouri per simulare una minaccia inesistente. Gli inquirenti avrebbero inoltre riscontrato un ritardo di ben 22 minuti nella chiamata ai soccorsi, un lasso di tempo che sarebbe servito, secondo l’accusa, a concordare una versione di comodo con i colleghi presenti, i quali avrebbero poi riferito di aver subito pressioni e minacce di ritorsione per coprire l’accaduto.
Cinturrino, cresciuto in Sicilia e diplomatosi all’istituto “Verona-Trento” di Messina, era considerato nel suo paese d’origine un uomo tranquillo e stimato. Ad Alì Terme, dove l’agente tornava regolarmente per far visita ai genitori e alla sorella, la notizia è stata accolta con incredulità. Eppure, le parole del Capo della Polizia, Vittorio Pisani, sono state durissime, arrivando a definire l’indagato come un «delinquente».
L’inchiesta non si fermerebbe al solo Cinturrino. Gli accertamenti starebbero riguardando anche la compagna dell’uomo, con la quale conviveva in zona Corvetto; la sua posizione sarebbe al vaglio per un presunto coinvolgimento nella gestione post-delitto. Fondamentali potrebbero rivelarsi i due cellulari sequestrati all’agente, uno dei quali sarebbe stato trovato con la memoria completamente cancellata, un elemento che per i magistrati confermerebbe la volontà di occultare prove decisive.
Oggi è previsto l’interrogatorio di garanzia presso il carcere di San Vittore davanti al gip Domenico Santoro. In quella sede, l’agente avrà la possibilità di fornire la propria versione dei fatti, mentre il Questore Bruno Megale ha già avviato un’indagine interna per fare luce su eventuali zone d’ombra all’interno del commissariato.


