Non è più il tempo delle felpe urlate nelle piazze o dei messaggi social lanciati come pietre contro il Palazzo. O meglio, non è solo quello. Cateno De Luca, l’uomo che nel 2022 ha scosso le fondamenta della politica siciliana con un 27% di consensi quasi “mistico”, annuncia la sua versione 4.0. Una mutazione genetica che promette di trasformare il “Deluchiano” in una struttura pronta a farsi Stato. L’appuntamento è fissato per il 18 gennaio a Caltagirone, luogo simbolo che profuma di sturzismo e di radici popolari.
«È arrivato il momento di tradurre in organizzazione quel voto libero», spiega De Luca con la consueta verve, ma con un vocabolario nuovo. Parla di «governo di liberazione», di una sintesi tra autonomismo e progressismo che vuole scavalcare i vecchi steccati tra destra e sinistra. La parola d’ordine è «strutturarsi». De Luca sa che per governare non bastano i follower, serve una classe dirigente, un programma che coinvolga quel ceto medio oggi sospeso tra la nostalgia dello status quo e la voglia di ribellione.
Il rapporto con l’attuale inquilino di Palazzo d’Orléans resta il nodo più intricato. Schifani sì o Schifani no? De Luca non si sottrae all’ambiguità tattica, giustificandola con il realismo: «Se Schifani è lì, non lo ha portato la cicogna, ma gli elettori». La sua strategia del dialogo parziale è stata letta da molti come un flirt pericoloso, ma il leader di Sud chiama Nord ribatte: «Abbiamo cercato punti d’incontro per far passare le nostre idee. Se il banco è saltato, la colpa è dei “capi tribù” della sua maggioranza che lo hanno messo in un angolo».
Nemmeno le defezioni sembrano scalfirlo. Nell’ultimo biennio ha perso un senatore e cinque deputati regionali, ma De Luca liquida la questione con una metafora aeronautica: «La zavorra è come piombo nelle ali: quando se ne va, ti permette di volare più in alto». Dopo aver affrontato sfide ben più dure, tra aule di tribunale e problemi di salute, il transfughismo politico gli appare come «acqua fresca». La sua scommessa è tutta sulla «parabola della Fenice»: rinascere dalle proprie ceneri mediatiche per arrivare, dice lui, «al cuore e alla testa dei siciliani».
La scelta di Caltagirone non è casuale. Cateno rivendica la sua identità sturziana, quel municipalismo che è stato il marchio di fabbrica delle sue esperienze da sindaco. Mentre il centrodestra si rimescola tra scudi crociati e sigle centriste, De Luca punta a essere l’unico vero erede della dottrina dell’autonomia locale.
La chiusura, però, è in puro stile De Luca. Alla domanda se lui, se fosse un altro politico, farebbe mai un accordo con Cateno De Luca, risponde secco: «No, grazie». Un paradosso che conferma la natura irripetibile (e per molti indigesta) di un leader che non vuole somigliare a nessuno, nemmeno a se stesso.
Di seguito l’intervista integrale al leader Cateno De Luca
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